Si può fare carriera con lo smart working?

La domanda se l’è posta il New York Times, che al tema ha dedicato un lungo e approfondito articolo. Lo spunto è stata l’esperienza, oggi sempre più comune, di un giovane neolaureato che ha trascorso un intero periodo di stage in una banca lavorando esclusivamente da remoto, quindi senza interazioni con colleghi e superiori, senza la possibilità della chiacchiera nel corridoio o in pausa pranzo, senza poter osservare come si svolge il lavoro e “imparare con gli occhi”, ma, soprattutto, senza poter mostrare dal vivo le proprie competenze e abilità.

La domanda se l’è posta il New York Times, che al tema ha dedicato un lungo e approfondito articolo. Lo spunto è stata l’esperienza, oggi sempre più comune, di un giovane neolaureato che ha trascorso un intero periodo di stage in una banca lavorando esclusivamente da remoto, quindi senza interazioni con colleghi e superiori, senza la possibilità della chiacchiera nel corridoio o in pausa pranzo, senza poter osservare come si svolge il lavoro e “imparare con gli occhi”, ma, soprattutto, senza poter mostrare dal vivo le proprie competenze e abilità. Negli Stati Uniti il tema ha già attirato l’attenzione di molti studiosi: per esempio, l’Harvard Business School ha condotto una ricerca su un campione di stagisti in smart working per valutare la possibilità di vedere confermato il loro impegno con un’assunzione. È risultato che gli stagisti inseriti nel gruppo cui era stata data la possibilità di avere call one to one con un Senior Manager hanno avuto una percentuale di assunzione maggiore rispetto a chi aveva invece confronti con colleghi di pari livello, o del gruppo a cui non era stata data alcuna possibilità in questo senso.

 

Il Proximity Bias

 

L’osservazione dei meccanismi organizzativi che si instaurano con lo smart working ha evidenziato quello che gli esperti definiscono Proximity Bias, vale a dire il pregiudizio che porta i manager a privilegiare i lavoratori che scelgono di tornare in ufficio a tempo pieno, esercitando, al contrario, un maggior controllo su chi lavora da remoto, condizione che viene ancora percepita come un privilegio. Per "smontare" questo schema mentale, HubSpot, un’azienda che sviluppa software in Massachusetts, ha censito i ruoli che richiedono una presenza costante in ufficio, che sono risultati solo il 5% del totale: il messaggio è che chiunque lo voglia può lavorare in smart working, una modalità di lavoro accettabile quanto le altre. HubSpot ha poi deciso di inserire alcuni controlli volti a verificare che il luogo di lavoro prescelto non sia la causa di un’eventuale discriminazione negli scatti di carriera. Nationwide, una società di assicurazione che durante la pandemia ha avuto i suoi circa 25mila collaboratori in smart working, ha addirittura scelto di formare i manager per valorizzare le risorse in lavoro ibrido: sono stati creati modelli di conversazione pensati per far emergere skill, interessi e obiettivi dei remote worker ed è stato fortemente incentivato il loro affiancamento a mentori in grado di facilitare il raggiungimento degli obiettivi.

 

Il potere della cultura aziendale

 

Secondo gli esperti interpellati dal New York Times, sarebbero i collaboratori con più esperienza in azienda e relazioni consolidate con i manager a preferire lo smart working: infatti la conoscenza con i colleghi e con i superiori e la familiarità con il lavoro renderebbe meno problematico dimostrare la propria competenza e ottenere avanzamenti di carriera, ma con un’avvertenza: anche per queste persone la cultura aziendale dominante può rappresentare un rischio. Se infatti si lavora in un ambiente in cui il proximity bias è evidente, se domina un modello per cui le decisioni vengono prese in situazioni informali o se si nota che i progetti più interessanti vengono assegnati a chi va in ufficio tutti i giorni, allora forse bisognerebbe soppesare i pro e i contro dello smart working in relazione alle proprie ambizioni di carriera.

 

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