South Working: fenomeno transitorio o modello per il futuro?

Nel vocabolario della pandemia, con cui abbiamo ormai imparato a fare i conti, c’è un’espressione che è entrata un po’ "di soppiatto": South Working. Si tratta di un fenomeno sicuramente marginale (anche se, durante i mesi del lockdown del 2020, è arrivato a coinvolgere circa 100mila persone)
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Nel vocabolario della pandemia, con cui abbiamo ormai imparato a fare i conti, c’è un’espressione che è entrata un po’ "di soppiatto": South Working. Si tratta di un fenomeno sicuramente marginale (anche se, durante i mesi del lockdown del 2020, è arrivato a coinvolgere circa 100mila persone), ma potenzialmente molto interessante per le sue conseguenze. I South Workers sono quei lavoratori, di aziende del Nord o Centro Italia, che nella prima fase dell’emergenza pandemica hanno scelto di sfruttare l’opportunità dello smart working per ritornare a casa nel Sud Italia. Una scelta inizialmente dettata inizialmente dal timore del contagio, ma che ha aperto scenari inediti e potenzialmente rivoluzionari. Con il venire meno delle restrizioni più severe, il numero dei South Workers si è ridotto: anche se è difficile fare stime precise, è stato calcolato che siano circa 45mila i lavoratori che sono rimasti al Sud e che vogliono fare di questa modalità di lavoro la propria scelta di vita, sostenuta anche dalla nascita di un movimento culturale: “South Working-Lavorare dal Sud”.

 

Un orizzonte da scoprire

 

Nel momento in cui la pandemia ha sdoganato la possibilità di lavorare fuori dall’ufficio, non era difficile prevedere che un fenomeno come il South Working potesse prendere piede. Se lo spostamento verso il Nord ha rappresentato per molti la possibilità di costruirsi una carriera nell’ambito prescelto, è altrettanto vero che ha privato le aree del Sud dei migliori talenti, oltre che obbligato le persone a trasferirsi in zone con un costo della vita molto più alto, spesso non conciliabile con i salari di ingresso. Il ritorno al Sud potrebbe quindi rappresentare una soluzione migliorativa per molti lavoratori, ma anche un’opportunità per far rivivere le economie di alcune Regioni, a patto però che si creino alcune condizioni indispensabili, a partire dalla disponibilità di una connessione veloce e affidabile e dalla creazione di spazi di co-working, fino alla presenza di una rete di trasporti che consenta di raggiungere in tempi relativamente brevi un aeroporto o una stazione. In presenza di questi elementi, la decisione di fare smart working a centinaia di chilometri di distanza dall’ufficio dipende esclusivamente dall’accordo fra lavoratore e azienda.

 

L'accordo individuale può prevederlo

 

“Secondo me non ci sono vincoli normativi che lo impediscano”, commenta l’avvocato Eleonora Cangemi, partner e Head of International Desk di WI Legal. “Il lavoro da remoto è regolamentato da anni, quindi basta implementare questa tipologia e tutti i sistemi di sicurezza previsti dalla normativa. Certo, dipende anche dalla tipologia di azienda e dal tipo di lavoro, ma in generale non vedo un problema normativo. Potrebbero semmai esserci difficoltà di organizzazione nel momento in cui si richiede la presenza in sede della persona”. Come molti dei fenomeni avviati con la pandemia, anche questo dovrà essere messo alla prova del New Normal, ma non è impossibile che entri a pieno titolo a farne parte.

 

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