Cresce l’occupazione femminile. Un dato destinato a consolidarsi?

Fra il primo e il quarto trimestre del 2021 l’occupazione femminile è effettivamente cresciuta del 3,7%. A misurare questa crescita confortante, considerando soprattutto le difficoltà che le donne hanno affrontato nel periodo della pandemia.

Fra il primo e il quarto trimestre del 2021 l’occupazione femminile è effettivamente cresciuta del 3,7%. A misurare questa crescita confortante, considerando soprattutto le difficoltà che le donne hanno affrontato nel periodo della pandemia, è stato il Labour Issue, l’Osservatorio sul mercato del lavoro che Cida (Confederazione italiana dirigenti pubblici e privati) ha realizzato in collaborazione con Adapt (www.cida.it). L’incremento nell’occupazione riporta la quota di donne che lavorano (49,4%) vicina alle percentuali pre-Covid (49,6% nel 2018), anche se ancora distante dalla media europea (63,4%) o dai paesi nordici, che spesso superano il 70%. Per quanto leggermente ridotto, il gap rispetto all’occupazione maschile è comunque del 17,7%. Se dunque il crollo dell’occupazione dovuto al Covid è stato progressivamente riassorbito, rimane il fatto che la presenza delle donne nel mercato del lavoro italiano è troppo bassa e penalizza il risultato in termini di Pil. Una stima realizzata qualche anno fa da Banca d’Italia, per esempio, calcolava che arrivare al 60% di occupazione femminile avrebbe avuto come effetto parallelo una crescita del 7% del Pil nazionale.

 

Più figli, meno occupazione

 

L’Osservatorio Cida evidenzia un altro dato, questa volta decisamente negativo: in qualsiasi fascia d’età la presenza di figli si traduce in una minore partecipazione al lavoro. Se fra i 25 e i 34 anni le donne con un figlio hanno un tasso di occupazione del 49,9%, con due figli si scende al 35,8% e con 3 addirittura al 21,5%. Salendo con l’età, il divario si riduce: fra i 45 e i 54 anni, anche con tre figli, sono il 53,1% le donne che lavorano. Un dato confermato dal rapporto sul Benessere equo e sostenibile di Istat: considerando le donne nella fascia 25/49 anni, nel 2020 lavorava il 71% delle donne senza figli, ma solo il 53,4% di quelle con un figlio di meno di 6 anni. Tutti dati che chiamano direttamente in causa la politica e la necessità di garantire un supporto in termini di offerta di asili nido e scuole per l’infanzia: infatti, in mancanza di questi strumenti è difficile pensare che il tasso di occupazione femminile possa continuare a crescere.

 

La certificazione sulla parità di genere

 

Proprio in merito agli interventi politici, giugno è il mese in cui le aziende con più di 50 dipendenti dovrebbero redigere il documento che dimostra le misure messe in atto per la parità di genere al loro interno. Il rapporto, introdotto con la legge 162 del 2021, fa parte degli obiettivi previsti dal PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza), in questo caso quello che dovrebbe favorire l’inclusione e la coesione, che mette a disposizione più di 38 miliardi di euro per questa azione. Non vi è l'obbligo per le aziende di presentare questo rapporto, ma può portare dei vantaggi: nel 2022 è infatti possibile usufruire di un esonero dal versamento dei contributi previdenziali fino al massimo dei 50 milioni di euro stanziati, oltre ad avere un punteggio premiale per la partecipazione a eventuali bandi nazionali o europei.

 

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