Formazione: in 5 anni un quarto delle competenze diventa obsoleto

Upskilling è un neologismo inglese entrato da qualche anno nel nostro vocabolario: esso sintetizza l'esigenza di migliorare le competenze e le conoscenze delle persone per consentire loro di affrontare le sfide di un mondo del lavoro che cambia sempre più velocemente

Upskilling è un neologismo inglese entrato da qualche anno nel nostro vocabolario: esso sintetizza l'esigenza di migliorare le competenze e le conoscenze delle persone per consentire loro di affrontare le sfide di un mondo del lavoro che cambia sempre più velocemente. Da necessità evidenziata da esperti e imprenditori lungimiranti sembra ora essere diventata una vera e propria emergenza. LinkedIn ha confrontato le competenze ritenute importanti dai suoi membri per alcune professioni nel 2015 e nel 2021: il risultato è che, in 6 anni, un quarto di queste skill sono già cambiate e che, da qui al 2025, anche a causa dell’accelerazione nella digitalizzazione dovuta alla pandemia, fra il 39 e il 44% delle competenze considerate oggi vitali potrebbe già risultare obsoleta. Del tema si è parlato anche nel corso dell’ultimo World Economic Forum di Davos, che ha offerto una valutazione dell’impatto economico dell’upskilling: investire nel miglioramento delle skill delle persone potrebbe portare a un aumento di produttività dell’economia globale pari a 8,3 bilioni di dollari.

 

La sfida della competenza

 

Sono molte le suggestioni su questo tema arrivate dai vari esperti riuniti in Svizzera, a partire dai 50 CEO, 25 ministri e 350 organizzazioni di vario genere che due anni fa hanno scelto di riunirsi in occasione della "The Reskilling Revolution Initiative", il cui obiettivo è proprio di fornire a 1 miliardo di persone in tutto il mondo una migliore educazione di base e di conseguenza migliori skill e opportunità economiche. L’esperienza di Singapore, che ha cominciato quasi 20 anni fa a occuparsi del tema, insegna che non ci si può aspettare che le nuove competenze arrivino dalle scuole, ma che sono necessari percorsi che coinvolgano persone già attive nel mondo del lavoro. A maggior ragione in questo periodo: se le skill, soprattutto quelle tecnologiche e digitali, risultano introvabili per le aziende, l’alternativa percorribile è quella di reperirle al proprio interno con percorsi di formazione, che, come confermano numerose ricerche, hanno anche il pregio di migliorare il legame e l’engagement del collaboratore nei confronti dell’azienda.

 

Skill vs Titoli di studio

 

Un altro fenomeno a cui si sta assistendo è un certo ridimensionamento dell’importanza del titolo di studio e dei percorsi formali di educazione. Semplificando: se non posso trovare un ingegnere, forse posso sostituirlo con chi possiede competenze simili, per quanto non maturate in un contesto formale. La disponibilità delle piattaforme di online education come Coursera, che propongono corsi pensati per creare le skill più richieste, permette infatti anche a persone che non sono uscite dal percorso universitario di acquisire le competenze richieste, allargando per le aziende la platea di possibili candidati. Organizzazioni, lavoratori e politica dovrebbero quindi formare un’alleanza virtuosa per migliorare le possibilità formative a disposizione, in un percorso che avrebbe ripercussioni positive per tutti. Con un ultimo monito: le sfide tecnologiche, ma soprattutto quelle organizzative, richiedono un upskilling anche per i manager, se si vuole che gli effetti siano virtuosi per il sistema nel suo complesso.

 

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